I S T I T U T O
Presidenza
Il Dirigente Scolastico Prof. Guglielmo Neri
Docente di Filosofia e storia dal lontano Anno Scolastico 1974-75 presso il Liceo Kant, negli anni in cui l'Istituto è una succursale del Liceo Classico Benedetto da Norcia, assume l'incarico di Dirigente Scolastico a partire dall'Anno Scolastico 1989-90, mantenendo tale incarico fino ad oggi.
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Il Dirigente Scolastico è il legale rappresentante dell’istituzione scolastica.
Ha poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane, da esercitare nel rispetto delle competenze degli organi collegiali.
Predispone gli strumenti attuativi del piano dell’offerta formativa.Attiva i necessari rapporti con gli enti locali e con le diverse realtà istituzionali, culturali, sociali ed economiche operanti sul territorio per l’attuazione del piano dell’offerta formativa.
Ha l’obbligo di relazionare periodicamente al Consiglio di Istituto sulla direzione e il coordinamento dell’attività formativa, organizzativa e amministrativa.
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Il saluto del Dirigente Scolastico a tutti gli alunni dell'Istituto - A.S. 2010/11
Cari studenti e care studentesse,
all’inizio di questo nuovo anno scolastico ho il piacere di porgervi il saluto mio personale e dei docenti della scuola.
Un benvenuto in particolare a coloro che, per la prima volta, sono parte di questo Istituto e tra questi agli studenti di origine straniera che hanno scelto di frequentare la nostra scuola: è bene che sappiano che la scuola ha a cuore il loro destino e che la loro presenza è per tutti noi motivo di arricchimento culturale ed umano.
E’ sicuro che anche questo anno rappresenterà una tappa importante per il vostro percorso scolastico e, soprattutto, per la vostra vita. La sfida che nei vostri confronti la scuola intera ha davanti è quella di riuscire ad essere una scuola di tutti e per tutti e, contemporaneamente, una scuola di qualità, capace di accompagnarvi, insieme alle vostre famiglie, nell’avventura della crescita e della maturazione e nell’avventura straordinaria della conoscenza. Per fare ciò, nello sforzo continuo della quotidianità, occorre porre con forza al centro dell’attenzione didattica il recupero di tutti gli aspetti educativi presenti nel cuore di ogni disciplina, con lo spirito di chi non ricerca la conoscenza come fine a se stessa, ma sempre unita alla saggezza ed al bene di tutti.
Vi auguro perciò, cari studenti, un anno in cui ognuno, per la parte che gli compete, possa diventare migliore e che l’entusiasmo e la serietà vi guidino in questa meravigliosa avventura.
Cordialmente,
Il Dirigente scolastico
Prof. Guglielmo Neri
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Per una scuola che educhi ai valori dell'umanesimo e del dialogo
A cura del Dirigente Scolastico
Si narra che qualche giorno prima di morire Emanuele Kant abbia ricevuto una visita da parte del suo medico, che era anche suo amico.
Quantunque vecchio e malato, Kant si alzò e se ne stette in piedi finché il medico comprese che Kant non si sarebbe seduto fin tanto che lui stesso non si fosse accomodato. La qual cosa egli fece e allora Kant si sedette sulla sua poltrona e disse queste parole: "Il senso dell'umanità non mi è ancora venuto meno".
Con queste parole e, in particolare, usando questo termine, il grande filosofo, ormai prossimo alla morte, voleva rivendicare con forza una orgogliosa consapevolezza del valore e della dignità dell'uomo, nonostante le offese della malattia e della decadenza fisica.
Storicamente la parola humanitas ha avuto due significati diversi: il primo risultante dal confronto tra l'uomo e ciò che è meno dell'uomo; il secondo dal confronto tra l'uomo e ciò che è più dell'uomo. Nel primo caso con humanitas si intende un valore, nel secondo un limite.
Il concetto di humanitas come valore era stato definito nel circolo che faceva capo a Scipione il Giovane (basti pensare a Terenzio e al suo famoso: "Homo sum: nihil humani a me alienum est"), e Cicerone ne fu il più esplicito anche se tardo esponente. Con tale concetto si sintendeva la qualità che distingue l'uomo non solo dagli animali, ma ancor più da colui che, pur appartenendo alla specie umana, non merita il nome di "homo humanus": dal barbaro, cioè, o dall'uomo volgare, cui mancano "pietas" e "paideia", cioè il rispetto per i valori morali e cultura ed educazione.
Nel Medioevo il termine mutò significato in quanto l'umano fu visto in contrapposizione al divino invece che all'essere animale o al barbaro. Perciò le qualità che in genere vi erano associate erano quelle della fragilità e della caducità ("humanitas fragilis, humanitas caduca").
Così la concezione rinascimentale dell' humanitas venne ad avere fin dall'inizio un apetto duplice, in quanto il rinnovato interesse per l'uomo si fondava sul recupero della contapposizione classica di "humanitas" e "feritas" o "barbaritas", e sulla sopravvivenza della contapposizione medievale di "humanitas" e "divinitas". Quando Marsilio Ficino definisce l'uomo come anima razionale che partecipa dell'intelletto divino, ma opera in un corpo, lo definisce come il solo essere che è insieme autonomo e finito, e quando nella sua famosa orazione "Sulla dignità dell'uomo" Pico della Mirandola afferma che Dio ha posto l'uomo al centro dell'universo, non vuol dire che l'umo "è" il centro dell'univrso, ma che lì è stato messo da Dio in modo che possa aver coscienza del luogo dove si trova e liberamente decidere "dove volgersi".
Da questa concezione ambivalente di humanitas nacque l'Umanesimo che, più che un movimento, è un atteggiamento che può definirsi come la convinzione nella dignità dell'uomo, fondata ad un tempo sulla rivendicazione dei valori umani (razionalità e libertà), e sull'accettazione dei suoi limiti (fallacia e fragilità), da cui conseguono i due postulati della responsabilità e della tolleranza.
Non fa meraviglia che contro questo atteggiamento si sia potuto muovere da due campi opposti, uniti nella comune avversione alle idee di responsabilità e tolleranza. In uno di questi campi si trovano i negatori dei valori umani: i deterministi (credano essi in una predestinazione divina, fisica o sociale), i sostenitori e i teorici della violenza (da parte del gruppo, della classe, della nazione o della razza) e gli autoritari. Nel campo opposto stanno coloro che negano i limiti umani per una specie di libertinismo intellettuale o politico, e sono gli esteti, i vitalisti e gli adoratori dell'eroe.
Sull'Umanesimo, che sotto questo aspetto si configura come l'elaborazione culturale più preziosa dell'Occidente, si fondano gli aspetti migliori della società moderna e al tempo stesso della nostra scuola.
In particolare sono le scuole di impostazione licealistica a trarre diretta ispirazione dalla visione umanistica della vita.
Ciò lo si può facilmente desumere dagli stessi programmi scolastici che, anche quando sono inerenti a materie di carattere scientifico, pongono sempre al centro il problema dell'educazione integrale e la relazione con l'uomo, con la storia, con la società.
Inoltre tutte le innovazioni che sono state introdotte negli ultimi quindici/venti anni vanno in questa stessa direzione, accentuando e sottolineando i valori della tolleranza, del dialogo costruttivo tra le diverse culture e le diverse componenti scolastiche, dell'innovazione razionale in rapporto alle nuove esigenze della società, e, soprattutto, della centralità dello studente con i suoi bisogni cognitivi, le sue problematiche esistenziali, le sue aspettative.
Del resto, se si è partecipi di un'autentica visione umanistica della vita e se quello umanistico è davvero il sistema valoriale di riferimento che si vuole proporre ai giovani da educare, bisogna a piene mani attingere fiducia nella razionalità che è in noi e negli altri, nella validità delle scelte didattiche che responsabilmente operano i docenti, nella capacità di sviluppare, tra docenti e studenti, relazioni di reciproca stima e collaborazione, facendo funzionare una condivisione vera di scelte e di decisioni; in definitiva bisogna fidare in tutti quei valori che aiutano gli studenti a raggiungere, attraverso il dialogo educativo, autonomia di giudizio e senso di responsabilità.
La buona riuscita della scuola si misura, infatti, fondamentalmente, sulla capacità di promuovere questi due risultati. Ogni persona è portatrice di peculiarità, di bisogni, di attese, di desideri; la scuola, e per lei gli insegnanti, deve valorizzare le ricchezze di ciascuno e far sì che esse siano messe in comune con gli altri, in un processo di crescita che si deve caratterizzare proprio per quegli elementi di razionalità e di responsabilità che progressivamente essa scuola riesce ad indurre.
A questo proposito va detto che un compito di particolare importanza spetta agli insegnanti delle discipline più propriamente umanistiche. Tali insegnanti, a causa degli stessi programmi che svolgono, dispongono di una corsia preferenziale per ancorarsi nel loro lavoro quotidiano, alle conquiste effettuate dal pensiero umano in tutti i campi e all'opera dei grandi del pensiero e della cultura di ogni tempo e luogo, da Omero a Virgilio, da Socrate a Buddha, da Platone a Gesù Cristo, da Dante a Shakespeare, da Galileo ad Einstein; per tale via essi possono più facilmente perseguire l'idea di una scuola altamente formativa in quanto capace di promuovere negli studenti la capacità di cogliere i rapporti tra i valori della cultura di ogni tempo e luogo e la vita di oggi.
Si tratta di una opportunità non indifferente, che la scuola, forse oggi più di ieri, deve cogliere e sfruttare fino in fondo, se si vuole davvero formare, nel modo più alto e significativo, le giovani generazioni.
Kant: Biografia
Biografia ragionata di Immanuel Kant - A cura del Dirigente Scolastico
Poichè mi sono accorto che molti studenti delle prime classi non conoscono chi fosse Immanuel Kant, a loro sono indirizzate le righe che seguono, nella speranza che l'interesse per questo grande filosofo umanista, alla cui memoria non a caso è stata dedicata la scuola, possa col tempo approfondirsi e tradursi in costante impulso verso un'analisi razionale della realtà e, al tempo stesso, verso un consapevole impegno morale.
IL FASCINO DELLA RAGIONE
kant Kant nacque il 22 Aprile 1724 a Kònigsberg, nella Prussia orientale, da una famiglia di origine scozzese. Il padre era un modesto artigiano del cuoio e la madre morì quando Immanuel, secondogenito di sei figli, aveva tredici anni. Fu educato secondo lo spirito religioso del pietismo nel Collegium Fridericianum; da ragazzo si mostrò distratto e smemorato, già destinato a diventare il filosofo con la testa tra le nuvole che ritroviamo negli aneddoti. Uscito dal collegio, studiò filosofia, teologia e matematica all'università di Kònigsberg e dopo gli studi universitari fu bibliotecario, precettore e segretario.
I suoi primi scritti riguardano una "teoria del cielo", che fu poi detta "Teoria di Kant e Laplace" perchè Laplace, grande matematico e fisico francese, la teorizzò contemporaneamente a Kant. Tale teoria consiste nello spiegare la formazione del sistema solare e delle altre stelle come effetto di un processo di condensazione di una specie di antica polvere cosmica, che, raffreddandosi e condensandosi, avrebbe dato origine all'universo; grosso modo, la teoria di Kant - Laplace è ritenuta valida ancor oggi e, sotto certi aspetti, anticipa la moderna teoria del " Big bang ".
Il re di Prussia Federico II volle ricompensare Kant per la sua "Teoria del cielo" e gli offrì di insegnare all'università di Halle, ma Kant non volle muoversi da Kònigsberg; attese quindi qui per alcuni anni la cattedra universitaria, che ottenne nel 1770 e che tenne fino alla morte avvenuta il 12 Febbraio 1804.
Dicono che fosse gentile, affabile e sempre pronto a rendere gradevoli le sue lezioni per mezzo di battute spiritose e di aneddoti. La sua forza, dicevano gli studenti, era di non far mai sentire gli altri ignoranti o incompetenti. Ma, accanto a questo, un altro elemento caratterizzò l'insegnamento di Kant: la volontà di accendere lo spirito critico di quanti lo ascoltavano. Io non voglio insegnare la logica, era solito dire, voglio insegnare a pensare.
Con il passar del tempo il filosofo acquisì, però, un temperamento quasi maniacale. Un nonnulla era sufficiente, spesso, a disturbarlo. Per esempio, una volta, dopo aver tenuto una lezione singolarmente sconclusionata, piena di silenzi e di distrazioni, confessò ad un amico che lo aveva disturbato il fatto che uno dei suoi ascoltatori aveva la giacca priva di un bottone: l'assenza di quel bottone lo aveva come ipnotizzato.
Ma, a parte i disturbi insorti nell'ultimo periodo della vita, è vero che la personalità di Kant si potrebbe prestare ad un'analisi di tipo psicoanalitico. Al riguardo va detto, per esempio, che non è un caso che nella visione di Kant, pure così aperta verso la rousseauniana scoperta dei sentimenti, manchi del tutto l'idea dell'inconscio emotivo, delle zone di buio e di oscurità, cui la ragione stenta ad avere accesso, per quanto si sforzi di penetrarle. E' comunque probabile che a Kant le teorie psicoanalitiche di Freud sarebbero molto piaciute; del resto, Freud è anche lui, a ben vedere, un razionalista: il suo motto era: "Wo Es war, soll Ich werden" ( "Dove era l'inconscio deve arrivare l'Io (cioè la ragione) ").In conclusione, si può comunque dire che entrambi, Kant e Freud, hanno avvertito l'esigenza di far leva sulla ragione come strumento fondamentale di orientamento, ponendo l'uomo al centro dei problemi e della realtà.
Kant amava pensare di se stesso che era stato il "Copernico della mente umana". Così come Copernico aveva dimostrato che non è il Sole a girare intorno alla Terra, ma la Terra e gli altri pianeti a girare intorno al Sole, allo stesso modo Kant ha dimostrato che non è la mente umana a recepire passivamente il mondo, ma piuttosto è il mondo a essere interamente sottoposto alle leggi della ragione umana.
Ci vien fatto di pensare, infatti, che esista una realtà, un mondo esterno fatto di oggetti. L'uomo guarda il mondo e vede gli oggetti. Da Kant in poi, invece, si è capito che è la struttura della mente umana che impone le sue "forme" agli oggetti, anzichè "subire" questi ultimi.
Alcuni filosofi, come Fichte, Schelling e Hegel, hanno finito per negare che esista una realtà che sia indipendente dal pensiero; essi hanno affermato che, in un modo o in un altro, il pensiero "crea" il mondo, e, dicendo ciò, hanno fatto di ogni uomo un Dio che crea il mondo. La teoria filosofica di questi filosofi, chiamata idealismo, è, secondo Kant, sbagliata. Per lui, qualunque sia la realtà in sé, essa non può diventare parte di noi restando intatta; essa non può, cioè, essere da noi percepita al di fuori dei nostri "modi" strutturali di conoscerla e di capirla. E questi "modi" sono dettati dalla nostra natura di uomini, sono intrinseci alla nostra precipua dimensione umana.
Per Kant bisogna dunque smettere di pretendere di conoscere le cose al di fuori dei filtri concettuali e percettivi che l'uomo, tutti gli uomini, si portano dentro. Questa è la rivoluzione copernicana di "Kant". E' razionalmente impossibile a noi uomini pretendere di fare filosofia immaginando come vedremmo il mondo se non fossimo fatti come siamo fatti. Per Kant i filosofi e i mistici, i fabbricanti di illusioni, sia pure nobili e belle, hanno preteso di far vedere agli uomini altri mondi, tutti ugualmente diversi da come la nostra struttura fondamentale di esseri umani ci consente realmente di percepire il mondo esterno.
E' stato detto che Kant è il fondatore di una filosofia dei limiti della ragione. Cosa siano le cose in sé non lo saprò mai. Uomo, io posso solo sapere cosa sono le cose per l'uomo. Pretendere, afferma Kant, di saperne di più, è un'illusione. Tuttavia l'uomo, conscio dei suoi limiti e rassicurato dalla sua ragione, è di fatto un uomo adulto e libero. L'uomo dunque si dà da sè le proprie leggi e deve seguirle perchè, invero, il suo bene risiede nel giusto e misurato esercizio della ragione.
E' tutto qui il fascino di Kant, il fascino della ragion pura; un fascino discreto, senza toni artificiosi e vani. La filosofia ha avuto i suoi eroi esaltanti e pericolosi: Hegel, il Napoleone della filosofia; Nietzsche, il trasgressore che voleva provocare, scandalizzare; Marx, secondo il quale spettava alle masse stravolgere il corso della storia. Ma, guarda caso, in Nietzsche ( a torto o a ragione ) ha trovato radici il razzismo, in Hegel e in Marx hanno trovato radice rivoluzioni cruente e ( a torto, ma ripetutamente ) lo stalinismo.
Kant è stato un eroe umile, per taluni dal carattere, forse, un pò freddo e misurato, nel cui nome, però, non sono mai state fatte stragi o spargimenti di sangue e dal cui pensiero non sono venuti fuori, nemmeno alla lontana, campi di sterminio o gulag.
In realtà la vera liberazione dell'uomo, che nell'età contemporanea è stata portata avanti in nome della sua parte migliore, la ragione, la dobbiamo proprio a Kant.
Tralasciando di prendere in esame le diverse opere del filosofo, talune delle quali molto complesse e ancora poco esplorate nelle loro implicazioni, per comprendere la tempra morale che caratterizzò Kant come uomo e come pensatore, può essere utile accennare ad alcuni temi di due sue opere , la " Critica della ragion pratica ", scritta nel 1788, e "La Religione nei limiti della ragione", scritta nel 1793.
Nella "Critica della ragion pratica" Kant affronta due tradizionali soluzioni del problema morale, ne dimostra le debolezze e finisce per proporre una sua originale prospettiva.
Prima soluzione: la volontà agisce sulla base di leggi e precetti morali dall'esterno, da qualcun altro.Per esempio, i comandamenti rivelati da un Dio oppure le norme collettive stilate da un consiglio di vecchi saggi. Inutile dire che ciò, a Kant, non piace affatto; egli considera un siffatto codice morale indegno della ragione umana. Kant scrive: " Non dobbiamo considerare certe azioni come doverose perchè sono precetti di Dio, ma dobbiamo considerarle come precetti di Dio perchè sono interiormente doverose ". Anche un credente, ritengo, troverebbe notevole questa affermazione di Kant. In effetti, a suo modo, Kant ci dice che sono la religione e l'idea di Dio a discendere dalla volontà umana, non quest'ultima a discendere da Dio.
Seconda soluzione: la volontà umana agisce sulla base di criteri ricavati "a posteriori" dall'esperienza. Per esempio, sono disponibile verso il prossimo perchè tutti abbiano bisogno dell'aiuto reciproco. Kant non nega l'importanza di questi "imperativi ipotetici", i quali si esprimono con la formula: " se vuoi A, allora fai B ",però gli appaiono come poco significativi dal punto di vista della morale. Infatti, tutto il problema è in quel "se": "se vuoi A..." Ma chi mi dice se "devo" o "posso" volere A ? La morale ipotetica di questo tipo è solo una specie di "regola della prudenza" e, tra l'altro, siccome cento uomini diversi possono desiderare cose diverse, avremmo cento moralità diverse. La morale fondata "a posteriori" è, dunque, una morale relativistica, e, pertanto, sempre diversa da uomo a uomo.
Kant cerca, e trova, una terza soluzione. Essa è basata sulla "sintesi a priori".
Anche la morale, come la conoscenza, per Kant è costruita su una "forma" a priori e su dei "contenuti" a posteriori. Kant sottolinea che esistono degli imperativi di tipo diverso: gli imperativi "categorici". Essi dicono semplicemente: "Sii una persona morale, datti delle regole interamente razionali di comportamento". Gli imperativi categorici infatti, non possono essere che "formali"; dicono in che "forma" va vissuta la propria libertà, non dicono "che cosa fare". Inoltre, gli imperativi categorici, non solo non hanno contenuti, ma non sono in alcun modo legati a premi o a castighi. Kant trova mostruosa l'idea del paradiso e dell'inferno, trova ignobile il concetto di ricompensa per i buoni e di castigo per i cattivi. La persona morale deve, infatti, trovare nella sua propria moralità l'unica e più ambita ricompensa: per Kant, dunque, si deve essere morali perchè l'essere morali è il migliore, anzi il solo modo, di vivere degnamente la propria condizione umana.
Cinque anni dopo la "Critica della ragion pratica" Kant pubblicò la "Religione nei limiti della ragione", in cui, come dice il titolo stesso, Kant cercò di dimostrare che la religione si riduce, quanto alla sua forma, alla moralità e che perciò va capovolto il tradizionale rapporto, per cui la religione fonda la moralità, perchè non solo la moralità deve essere autonoma, ma la stessa idea di Dio è un postulato della moralità.
Secondo Kant, il fondamento di ogni religione è l'idea di un male "radicale", da cui l'uomo si accorge di non potersi liberare e contro il quale sollecita l'intervento salvifico di Dio. Tale male radicale consiste nella stessa tendenza dell'uomo al male; tuttavia tale tendenza, per Kant, non è necessitante, ma libera, e proprio per questo l'azione immorale è riprovevole, in quanto è frutto dell'egoismo dell'uomo.
In realtà, la sola vera religione adatta all'uomo non può essere, per Kant, che quella "naturale", per la quale l'unico culto possibile è la vita morale. Kant si dimostra molto rigoroso da questo punto di vista: di fronte alla religione rivelata che ammette, come culto divino, una serie di riti, Kant sostiene che Dio non può essere pregato se non con l'azione morale; ogni altra forma di preghiera o di attività religiosa è, per Kant, nient'altro che "superstizione".
Piace concludere queste righe sul "fascino" della ragione in Kant, riportando alcune tra le ultime parole del filosofo, che suonano come un estremo messaggio trasmesso a tutti gli uomini.
Quando, negli ultimi anni della vita di Kant, i primi pensatori romantici affermarono l'esistenza di un organo di conoscenza - il sentimento o la fede - che confermasse all'uomo l'esistenza di una realtà trascendente, da Kant riconosciuta soltanto come "problematica", Kant sentì il bisogno di avvertire che ogni tentativo di evadere dalla ragione è illusorio e che, in ultima analisi, anche quando si tratta di decidere ciò che si deve credere o meno, bisogna ricorrere alla ragione; così, infatti, egli ammonì:
Amici dell'umanità e di ciò che c'è di più santo per essa, accettate pure ciò che vi sembra più degno di fede dopo un esame attento e sincero, ma non contestate alla ragione ciò che fa di essa il bene più alto della terra: il privilegio di essere l'ultima pietra di paragone della verità.